Divide et impera
tratto da controstile.com
Dare a tutti la parvenza di possedere un piccolo potere, un piccolissimo feudo da amministrare, ed in cambio ritrovarsi agnellini tranquilli da poter controllare con semplicità. Una strategia che affonda le radici nella notte dei tempi, o almeno nella mente dei primi statisti in grado di capire che rinunciando a un piccolo pezzo delle loro fortune, le avrebbero però conservate con facilità nel tempo (ah… la grande Roma imperiale!). Questo, in origine, il senso di questo modo di fare. Ma il tempo – si sa – non sempre restituisce dignità alle idee. O forse, più che il tempo, il fattore che sempre rovina le cose è quello squisitamente umano: è l’interpretazione che diamo pian piano ai gesti dei grandi della storia. Così, oggi, ci ritroviamo in una società che della “divisione” e della “proprietà privata” ha fatto un’icona totale, e le previsioni sono in peggioramento. Si tende a “privatizzare” l’impossibile, a rendere di proprio esclusivo controllo ogni oggetto, ogni sentimento, ogni comportamento. Al di là degli oggetti puramente tali. Si divorzia perché si trova oppressiva la presenza del coniuge, che poi sarebbe la persona tanto amata da esser stata portata all’altare. Si divorzia perché la presenza del coniuge impedisce di vivere quella libertà a cui pare non si possa rinunciare. Ognuno vuole conservare ad libitum quel piccolo feudo di vita incontrollabile, restando imperatore unico del proprio destino. Questo però non va bene, perché spesso, nelle “guerre di famiglia”, restano sul campo dei feriti bambini, figli costretti a fare veci di un pacchetto postale tra le abitazioni dei due ex. Ovviamente, tralasciando in ogni modo possibile l’Amore, che qui pare proprio esser stato dimenticato. Volendo affacciarsi oltre la sfera familiare, toccando il mondo dell’economia, si sfiora il ridicolo, magari studiando (si fa per dire) l’ecosistema (inteso come “sistema economico”, ma anche come “ambiente degli animali imprenditori”) delle regioni del Sud della nostra ancora poco amalgamata Italia: sorgono spesso realtà artigianali o industriali quasi sempre a conduzione familiare, raramente in grado di espandersi con dei dipendenti qualificati, e in ogni caso sempre isolate. Non riescono mai a fare “sistema” tra loro. Un esempio interessante lo ritroviamo proprio in questo numero di controstile, nel servizio dedicato alla moda “made in BAT” [a partire da pagina 9, ndr]: le realtà più forti e capaci, alla fine, restano isolate, quando addirittura non vivono dei fenomeni di divisione. Senza andar troppo lontano, basti ricordare il caso vissuto in primis da controstile stesso: a lungo si è tentata una strategia di alleanze con aziende complementari, quando addirittura con aziende analoghe/concorrenti, per poi giungere invece alla rottura del team. Lavorando nella direzione dell’unione, si è finito con il creare una frattura interna. Il perché? Sempre la stessa risposta andrebbe bene per ognuno dei casi sopra citati: una coppia “scoppia” perché il partner che si ritrova faccia a faccia con una richiesta di maggiore libertà, teme che questa libertà verrà utilizzata contro di lui. Si tratta di paura. Stessa cosa a livello economico: poniamo il caso che tre o più aziende tessili si uniscano, dividendosi tipologie di produzione, magari con una struttura dedicata alla produzione di abbigliamento sportivo, una per le t-shirt in cotone, ed una per la maglieria… e magari centralizzando azioni necessarie quali il marketing e l’amministrazione: ciò significherebbe realizzare maggiori economie di scala per ogni singolo prodotto, risparmiare parecchio denaro in termini di comunicazione e amministrazione, potendosi permettere inoltre un maggiore potere di trattativa sul mercato. Magari sarebbe possibile creare dei corsi di formazione per i futuri manager… sarebbe perfetto… e basta fare un salto nella provincia marchigiana per vivere e respirare il cosiddetto “sistema Marche”, cioè quanto appena da me indicato sopra. Non ho inventato niente: mi sono limitato a “guardare”. E neppure troppo lontano. Eppure, nel Sud, questo sistema non funziona… anzi: appena le aziende raggiungono un certo risultato economico… scoppiano e si dividono. Non si può che sorridere, infine, quando si fa un tuffo nel mondo dell’editoria, che noi di controstile ben conosciamo per ovvi motivi: esistono quintali e quintali di carta straccia e di scandalistici fotocopia (...ma avete notato che hanno tutti un logo rosso posto in alto sulla sinistra?)… alcuni addirittura pubblicizzati da transessuali che fino a pochi anni prima erano prostitute in vendita su internet… c’è poco di cui andare fieri! Poi esistono mucchi selvaggi di free-press che pubblicizzano pub e pizzerie con l’aggiunta di notiziole prese pari pari da Wikipedia, visto che queste iniziative pseudo editoriali non hanno la forza per crearsi una redazione, un “pensiero”, e difenderlo con la propria linea di informazione. Non hanno tempo per i contenuti, e non hanno rispetto per il lettori, che - ovviamente - non esistono per tali prodotti. Esiste tutto e ancor più di tutto… ci si potrebbe perdere in anni di lettura entrando in un’edicola. Eppure, basterebbe mettere sotto uno stesso fantomatico tetto una decina di questi aborti editoriali locali, che presi singolarmente sono solo inchiostro rubato alle tipografie, per poter creare invece un gruppo forte, in grado di gestire un territorio provinciale, in grado di poter mantenere una piccola redazione, un serio team commerciale in grado di meritare così il rispetto della clientela e farla crescere grazie ad una consulenza seria, e non ad una inutile guerra dei prezzi al ribasso, che come risultato ha quello di ribassare anche la qualità dei clienti. Questo sogno sarebbe bello per tutti, meglio per tutti, e professionalmente appagante. Invece, noi di controstile per primi, dopo mesi di contatti verso le testate geograficamente più vicine, ci siamo ritrovati addirittura ad aver assistito alla nascita di nuove iniziative aventi scopo dichiarato di “rubare” o “soppiantare” clientela ad altre che invece sono in piedi da anni, colpevoli solo di non aver innovato e di essersi un po’ cullate del mercato conquistato. Insomma: siamo tutti un po’ i soliti provincialotti della bassa Italia. Povera nostra Italia. Qui c’è poco da incazzarsi con lo Stato: manca nei cittadini la voglia di “fare sistema”… poi ovviamente manca l’educazione, che deve essere fornita attraverso le istituzioni. Ma la voglia di base manca, totalmente. E continuando a marciare divisi, ognuno con il proprio piccolo “impero di cartone” da difendere, continueremo a consumare risorse in una guerra dei poveri che non favorirà né il giornalismo, né le fabbriche, né i servizi… e nemmeno l’Amore: ma quanto è bello litigare con la propria dolce metà, ma sapendo dall’inizio del litigio che il fine è solo quello di trovare una soluzione per vivere meglio la propria storia d’Amore? Forse, è proprio questo il problema… se nelle coppie si giunge al divorzio, è perché manca l’Amore di base… e se nella nostra società ci sono così tante fratture, forse è perché manca l’Amore per la nostra società stessa. E ho sempre scritto “Amore” con la “A” maiuscola.
Dare a tutti la parvenza di possedere un piccolo potere, un piccolissimo feudo da amministrare, ed in cambio ritrovarsi agnellini tranquilli da poter controllare con semplicità. Una strategia che affonda le radici nella notte dei tempi, o almeno nella mente dei primi statisti in grado di capire che rinunciando a un piccolo pezzo delle loro fortune, le avrebbero però conservate con facilità nel tempo (ah… la grande Roma imperiale!). Questo, in origine, il senso di questo modo di fare. Ma il tempo – si sa – non sempre restituisce dignità alle idee. O forse, più che il tempo, il fattore che sempre rovina le cose è quello squisitamente umano: è l’interpretazione che diamo pian piano ai gesti dei grandi della storia. Così, oggi, ci ritroviamo in una società che della “divisione” e della “proprietà privata” ha fatto un’icona totale, e le previsioni sono in peggioramento. Si tende a “privatizzare” l’impossibile, a rendere di proprio esclusivo controllo ogni oggetto, ogni sentimento, ogni comportamento. Al di là degli oggetti puramente tali. Si divorzia perché si trova oppressiva la presenza del coniuge, che poi sarebbe la persona tanto amata da esser stata portata all’altare. Si divorzia perché la presenza del coniuge impedisce di vivere quella libertà a cui pare non si possa rinunciare. Ognuno vuole conservare ad libitum quel piccolo feudo di vita incontrollabile, restando imperatore unico del proprio destino. Questo però non va bene, perché spesso, nelle “guerre di famiglia”, restano sul campo dei feriti bambini, figli costretti a fare veci di un pacchetto postale tra le abitazioni dei due ex. Ovviamente, tralasciando in ogni modo possibile l’Amore, che qui pare proprio esser stato dimenticato. Volendo affacciarsi oltre la sfera familiare, toccando il mondo dell’economia, si sfiora il ridicolo, magari studiando (si fa per dire) l’ecosistema (inteso come “sistema economico”, ma anche come “ambiente degli animali imprenditori”) delle regioni del Sud della nostra ancora poco amalgamata Italia: sorgono spesso realtà artigianali o industriali quasi sempre a conduzione familiare, raramente in grado di espandersi con dei dipendenti qualificati, e in ogni caso sempre isolate. Non riescono mai a fare “sistema” tra loro. Un esempio interessante lo ritroviamo proprio in questo numero di controstile, nel servizio dedicato alla moda “made in BAT” [a partire da pagina 9, ndr]: le realtà più forti e capaci, alla fine, restano isolate, quando addirittura non vivono dei fenomeni di divisione. Senza andar troppo lontano, basti ricordare il caso vissuto in primis da controstile stesso: a lungo si è tentata una strategia di alleanze con aziende complementari, quando addirittura con aziende analoghe/concorrenti, per poi giungere invece alla rottura del team. Lavorando nella direzione dell’unione, si è finito con il creare una frattura interna. Il perché? Sempre la stessa risposta andrebbe bene per ognuno dei casi sopra citati: una coppia “scoppia” perché il partner che si ritrova faccia a faccia con una richiesta di maggiore libertà, teme che questa libertà verrà utilizzata contro di lui. Si tratta di paura. Stessa cosa a livello economico: poniamo il caso che tre o più aziende tessili si uniscano, dividendosi tipologie di produzione, magari con una struttura dedicata alla produzione di abbigliamento sportivo, una per le t-shirt in cotone, ed una per la maglieria… e magari centralizzando azioni necessarie quali il marketing e l’amministrazione: ciò significherebbe realizzare maggiori economie di scala per ogni singolo prodotto, risparmiare parecchio denaro in termini di comunicazione e amministrazione, potendosi permettere inoltre un maggiore potere di trattativa sul mercato. Magari sarebbe possibile creare dei corsi di formazione per i futuri manager… sarebbe perfetto… e basta fare un salto nella provincia marchigiana per vivere e respirare il cosiddetto “sistema Marche”, cioè quanto appena da me indicato sopra. Non ho inventato niente: mi sono limitato a “guardare”. E neppure troppo lontano. Eppure, nel Sud, questo sistema non funziona… anzi: appena le aziende raggiungono un certo risultato economico… scoppiano e si dividono. Non si può che sorridere, infine, quando si fa un tuffo nel mondo dell’editoria, che noi di controstile ben conosciamo per ovvi motivi: esistono quintali e quintali di carta straccia e di scandalistici fotocopia (...ma avete notato che hanno tutti un logo rosso posto in alto sulla sinistra?)… alcuni addirittura pubblicizzati da transessuali che fino a pochi anni prima erano prostitute in vendita su internet… c’è poco di cui andare fieri! Poi esistono mucchi selvaggi di free-press che pubblicizzano pub e pizzerie con l’aggiunta di notiziole prese pari pari da Wikipedia, visto che queste iniziative pseudo editoriali non hanno la forza per crearsi una redazione, un “pensiero”, e difenderlo con la propria linea di informazione. Non hanno tempo per i contenuti, e non hanno rispetto per il lettori, che - ovviamente - non esistono per tali prodotti. Esiste tutto e ancor più di tutto… ci si potrebbe perdere in anni di lettura entrando in un’edicola. Eppure, basterebbe mettere sotto uno stesso fantomatico tetto una decina di questi aborti editoriali locali, che presi singolarmente sono solo inchiostro rubato alle tipografie, per poter creare invece un gruppo forte, in grado di gestire un territorio provinciale, in grado di poter mantenere una piccola redazione, un serio team commerciale in grado di meritare così il rispetto della clientela e farla crescere grazie ad una consulenza seria, e non ad una inutile guerra dei prezzi al ribasso, che come risultato ha quello di ribassare anche la qualità dei clienti. Questo sogno sarebbe bello per tutti, meglio per tutti, e professionalmente appagante. Invece, noi di controstile per primi, dopo mesi di contatti verso le testate geograficamente più vicine, ci siamo ritrovati addirittura ad aver assistito alla nascita di nuove iniziative aventi scopo dichiarato di “rubare” o “soppiantare” clientela ad altre che invece sono in piedi da anni, colpevoli solo di non aver innovato e di essersi un po’ cullate del mercato conquistato. Insomma: siamo tutti un po’ i soliti provincialotti della bassa Italia. Povera nostra Italia. Qui c’è poco da incazzarsi con lo Stato: manca nei cittadini la voglia di “fare sistema”… poi ovviamente manca l’educazione, che deve essere fornita attraverso le istituzioni. Ma la voglia di base manca, totalmente. E continuando a marciare divisi, ognuno con il proprio piccolo “impero di cartone” da difendere, continueremo a consumare risorse in una guerra dei poveri che non favorirà né il giornalismo, né le fabbriche, né i servizi… e nemmeno l’Amore: ma quanto è bello litigare con la propria dolce metà, ma sapendo dall’inizio del litigio che il fine è solo quello di trovare una soluzione per vivere meglio la propria storia d’Amore? Forse, è proprio questo il problema… se nelle coppie si giunge al divorzio, è perché manca l’Amore di base… e se nella nostra società ci sono così tante fratture, forse è perché manca l’Amore per la nostra società stessa. E ho sempre scritto “Amore” con la “A” maiuscola.
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