testo || francesco giannini
da
Controstile n° 5
Bimbo, bimbo mio, ormai ci siamo. Sei vicino, molto, al momento in cui verrai al mondo. Forse adesso il mondo attorno a te è calamitato dall’idea che a breve ci sarà il parto, gli auguri, preparativi pre e post, vestitini… adesso tutto appare bloccato, quasi si possa solo ruotare attorno al momento in cui piangerai per la prima volta. Adesso. Poi, pian piano, tutto si normalizzerà… diverrà normale sentirti piangere qualche volta al giorno, vederti attaccato al latte, e curiosare con gli occhi attorno alla tua culla. Quando tutto si sarà spento, i toni smorzati, diverrà normale vederti crescere, e normale apparirà a te il nostro quotidiano, così come strano eppur normale, dopo un po’, diverrà guardare l’avvicinarsi della nascita di un altro bimbo come te. Si, un altro… perché, anche se tu sei speciale perché sei “mio”, ogni giorno, nascono bimbi, belli e importanti come te, circondati di felicità, balocchi e speranze, e grandi aspettative. Ogni giorno tutto inizia da un pianto, e non solo in questo villaggio metropolitano decotto di sole mediterraneo: ogni giorno, in ogni istante, in ogni luogo del mondo, la magia si ripete. Però, mentre adesso ti vedo e ti sento tamburellare pochi centimetri sotto la pelle di tua madre, ammortizzato ancora dal suo corpo, penso e vedo un po’ più in là del sigaro fumato all’annuncio della tua nascita, e percorro con la mente la strada che mi porta ogni giorno da casa al lavoro, e ritorno. Ci sono due barboni, ogni mattina alle 6 e mezzo, su una panchina del parco, con cartoni e stracci, e bottiglie di vino vuote. Non li ho mai visti in volto, ma sono lì da un paio d’anni. Ormai conto sulla loro presenza, e se non li vedessi, penso che mi preoccuperei. Eppure, mi vergogno, ma in due anni non mi sono mai fermato a lasciar nulla per loro… qualche volta mi è capitato di ritrovarmi tra le mani abiti da metter via, e ho pensato che forse anziché buttarli, avrei potuto… ma poi, ogni volta, qualcosa me lo ha impedito. In due anni, non ci sono riuscito. Non ho voluto, alla fine: questa è la verità, scomoda per me. E sempre sulla strada, al semaforo prima della tangenziale, c’è sempre quel ragazzo arabo con una barba nera nera, che chiede di lavarmi il parabrezza. Lui è più fortunato: ogni tanto ho qualche spicciolo, ogni tanto no. Sarà un annetto che lui è lì. Una volta gli ho dato un paio di scarpe che non piacevano a mia moglie, e lui le ha accettate senza pensarci due volte. Così, caro bimbo mio, mentre con la mente imbocco la tangenziale, mi accorgo che sei fermo fermo nel ventre materno. Forse dormi, ma io continuo a parlarti, o forse parlo di me con te, con la speranza che nascendo tu possa vedermi per quel che sono al di là della figura che per te sarò: oltre il padre, l’uomo. E così, svoltando sulla tangenziale, ci sono le puttane, le solite di una vita, che praticamente qui in città abbiamo visto crescere e cambiare: me le ricordo quando erano bionde e giovani, ed oggi le vedo un po’ sfatte e con i capelli vaporosi e tinti di rosso. A volte, mi verrebbe voglia di salutarle e fare due chiacchiere con loro. Vado oltre, cerco parcheggio nella giungla di ogni mattina, per poi bere un caffè al solito bar posando lo sguardo sul quotidiano, nei due minuti di attesa: qualche danno ambientale, qualche arresto, la solita tragedia familiare, episodi di razzismo. Nulla di nuovo. Pago 70 centesimi ed esco, con gli occhi verso il portone dell’azienda e la mente a te che respiri del respiro del mio amore lasciato sul letto in attesa di te: il mio cappotto firmato contrasta con il giubbino liso e fuori moda di un ragazzo che fotocopia curriculum nella copisteria accanto al bar. Forse uno di quei curriculum sarà sulla mia scrivania, tra poche ore. Una giornata in ufficio, l’sms di tua madre che dirà di fare un salto al supermercato per comprare pesce del Mediterraneo, le chiacchiere delle due contabili sugli uomini, ed il racconto dell’ennesima scopata con una rumena ad opera del dirigente del secondo piano nella pausa pranzo. Un invito per un weekend in barca al quale rispondo gentilmente di no dicendo di soffrire mal di mare: in realtà, pannolini e latte in polvere costano, e non sono ricco. Rientro a casa, e tu sei ancora nel ventre materno, che ascolti il TG: l’Iran continua a progettare l’atomica, in medio oriente una donna si è fatta saltare in aria squartandosi con una bomba, e nel pesce del Mediterraneo c’è il mercurio. Nell’approfondimento giornalistico della sera, il Ministro delle Banalità comunica che tu, ancor prima di nascere, hai un debito di 45mila euro nei confronti dello Stato e dovrai farti un culo così per tutta la vita per pagare la pensione a me, che a fine mese non ci arrivo quasi, e lo stesso cappotto firmato lo uso da 10 inverni, perché tanto “il nero è sempre di moda”. Caro figlio mio, che a giorni sarai qui tra le mie braccia, perdona questa mia incapacità, nell’averti preparato questa terra, che un bimbo come te, millenni addietro, preparò bellissima per tutti. Perdonami, e impegnati, perché sogno che almeno tu potrai giungere dove io non riesco a giungere, e fare in modo che io possa così gioire nel vedere te: oltre il figlio, l’uomo.
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