mercoledì 17 febbraio 2010

Piccole variazioni senza fuoco e senza vento sul tema dell'evoluzione di un'impresa



Pomeriggio, lento ed indolente. C'è stata frenesia e velocità sino a qualche minuto fa, e volendo ci sono milioni di cose da fare: urgenze, idee, necessità, elementi che preferibilmente sarebbe il caso non rimandare nemmeno di 20 secondi.
La radio mi tiene compagnia interrotta dal frequente squillo del cellulare o del citofono: sono solo in ufficio in questo mentre, e mi tocca fare tutto da me. Niente di male, nulla di strano: è il normale lavoro.
Mentre mangio riso ricoperto di cioccolata, l'esplosione di zucchero mi rimette un attimo in sesto: mi ero perso, forse un po' rincoglionito da un'antitetanica e altri 3 punti sulla mia pelle (credo di averne ormai quasi 100...). Lotto tra me e me all'idea di un caffè da solo o un caffè in compagnia, e butto giù poche righe in un post, in questo post.
Mi accorgo che con il mondo controstile si sono superati i 3.000 fan su FaceBook, che la rivista cartacea va a ruba, che il telefono e le e-mail si fanno vive di continuo, e che quello che nel dicembre 2006 appariva solo un impossibile traguardo, adesso è diventato un traguardo possibile.
Mi accorgo che non sono più solo, e che c'è gente che con me lotta e lavora ogni giorno, comprendendo le mie difficoltà di imprenditore e al tempo stesso dando l'anima e soprattutto la fiducia nelle idee che oggi non posso più definire mie, ma di un team.
Mi accorgo che i clienti iniziano a fidarsi ciecamente di noi, e che ci ritengono sempre più spesso altamente professionali: magari un po' cari, ma professionali. Una bella cosa da sentirsi dire...
Mi accorgo che passo quasi 14 ore al giorno in questo ufficio, che un tempo era vuoto e bianco, ed oggi è pieno come un uovo... e mi accorgo che i miei capelli sono sempre più bianchi, il mio volto più stanco, la mia barba più lunga.
Eppure, non mi sono mai sentito così giovane, così denso, così vivo...
Eppure, fra 1.000 difficoltà, credo. E non sono il solo... non è poco.

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mercoledì 16 dicembre 2009

Oltre il padre, l'uomo

testo || francesco giannini
da Controstile n° 5



Bimbo, bimbo mio, ormai ci siamo. Sei vicino, molto, al momento in cui verrai al mondo. Forse adesso il mondo attorno a te è calamitato dall’idea che a breve ci sarà il parto, gli auguri, preparativi pre e post, vestitini… adesso tutto appare bloccato, quasi si possa solo ruotare attorno al momento in cui piangerai per la prima volta. Adesso. Poi, pian piano, tutto si normalizzerà… diverrà normale sentirti piangere qualche volta al giorno, vederti attaccato al latte, e curiosare con gli occhi attorno alla tua culla. Quando tutto si sarà spento, i toni smorzati, diverrà normale vederti crescere, e normale apparirà a te il nostro quotidiano, così come strano eppur normale, dopo un po’, diverrà guardare l’avvicinarsi della nascita di un altro bimbo come te. Si, un altro… perché, anche se tu sei speciale perché sei “mio”, ogni giorno, nascono bimbi, belli e importanti come te, circondati di felicità, balocchi e speranze, e grandi aspettative. Ogni giorno tutto inizia da un pianto, e non solo in questo villaggio metropolitano decotto di sole mediterraneo: ogni giorno, in ogni istante, in ogni luogo del mondo, la magia si ripete. Però, mentre adesso ti vedo e ti sento tamburellare pochi centimetri sotto la pelle di tua madre, ammortizzato ancora dal suo corpo, penso e vedo un po’ più in là del sigaro fumato all’annuncio della tua nascita, e percorro con la mente la strada che mi porta ogni giorno da casa al lavoro, e ritorno. Ci sono due barboni, ogni mattina alle 6 e mezzo, su una panchina del parco, con cartoni e stracci, e bottiglie di vino vuote. Non li ho mai visti in volto, ma sono lì da un paio d’anni. Ormai conto sulla loro presenza, e se non li vedessi, penso che mi preoccuperei. Eppure, mi vergogno, ma in due anni non mi sono mai fermato a lasciar nulla per loro… qualche volta mi è capitato di ritrovarmi tra le mani abiti da metter via, e ho pensato che forse anziché buttarli, avrei potuto… ma poi, ogni volta, qualcosa me lo ha impedito. In due anni, non ci sono riuscito. Non ho voluto, alla fine: questa è la verità, scomoda per me. E sempre sulla strada, al semaforo prima della tangenziale, c’è sempre quel ragazzo arabo con una barba nera nera, che chiede di lavarmi il parabrezza. Lui è più fortunato: ogni tanto ho qualche spicciolo, ogni tanto no. Sarà un annetto che lui è lì. Una volta gli ho dato un paio di scarpe che non piacevano a mia moglie, e lui le ha accettate senza pensarci due volte. Così, caro bimbo mio, mentre con la mente imbocco la tangenziale, mi accorgo che sei fermo fermo nel ventre materno. Forse dormi, ma io continuo a parlarti, o forse parlo di me con te, con la speranza che nascendo tu possa vedermi per quel che sono al di là della figura che per te sarò: oltre il padre, l’uomo. E così, svoltando sulla tangenziale, ci sono le puttane, le solite di una vita, che praticamente qui in città abbiamo visto crescere e cambiare: me le ricordo quando erano bionde e giovani, ed oggi le vedo un po’ sfatte e con i capelli vaporosi e tinti di rosso. A volte, mi verrebbe voglia di salutarle e fare due chiacchiere con loro. Vado oltre, cerco parcheggio nella giungla di ogni mattina, per poi bere un caffè al solito bar posando lo sguardo sul quotidiano, nei due minuti di attesa: qualche danno ambientale, qualche arresto, la solita tragedia familiare, episodi di razzismo. Nulla di nuovo. Pago 70 centesimi ed esco, con gli occhi verso il portone dell’azienda e la mente a te che respiri del respiro del mio amore lasciato sul letto in attesa di te: il mio cappotto firmato contrasta con il giubbino liso e fuori moda di un ragazzo che fotocopia curriculum nella copisteria accanto al bar. Forse uno di quei curriculum sarà sulla mia scrivania, tra poche ore. Una giornata in ufficio, l’sms di tua madre che dirà di fare un salto al supermercato per comprare pesce del Mediterraneo, le chiacchiere delle due contabili sugli uomini, ed il racconto dell’ennesima scopata con una rumena ad opera del dirigente del secondo piano nella pausa pranzo. Un invito per un weekend in barca al quale rispondo gentilmente di no dicendo di soffrire mal di mare: in realtà, pannolini e latte in polvere costano, e non sono ricco. Rientro a casa, e tu sei ancora nel ventre materno, che ascolti il TG: l’Iran continua a progettare l’atomica, in medio oriente una donna si è fatta saltare in aria squartandosi con una bomba, e nel pesce del Mediterraneo c’è il mercurio. Nell’approfondimento giornalistico della sera, il Ministro delle Banalità comunica che tu, ancor prima di nascere, hai un debito di 45mila euro nei confronti dello Stato e dovrai farti un culo così per tutta la vita per pagare la pensione a me, che a fine mese non ci arrivo quasi, e lo stesso cappotto firmato lo uso da 10 inverni, perché tanto “il nero è sempre di moda”. Caro figlio mio, che a giorni sarai qui tra le mie braccia, perdona questa mia incapacità, nell’averti preparato questa terra, che un bimbo come te, millenni addietro, preparò bellissima per tutti. Perdonami, e impegnati, perché sogno che almeno tu potrai giungere dove io non riesco a giungere, e fare in modo che io possa così gioire nel vedere te: oltre il figlio, l’uomo.

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martedì 1 dicembre 2009

Il maglione scacciacrisi


Una doccia, e poi a piedi verso l'ufficio. Indossando un maglione di lana, da 4 soldi, avuto in regalo anni e anni prima. Tanti anni prima. Una vita prima. Non importa: con quel maglione addosso, mi sento dannatamente bene. Una volta in ufficio, accendere 2 candele profumate, e un bruciaessenze... avere ai piedi gli anfibi più rotti che sani, ma dannatamente comodi, ai quali non si vuole rinunciare, ma che certo non sono la calzatura di un manager di facciata. Appendere il lungo cappotto nero all'ingresso, accendere la radio ed il PC, rendersi conto che il 2009 si è appena chiuso, economicamente parlando, e che adesso ci sono 30 giorni a disposizione per sognare, programmare... provare.
Non è certo un momento facile per l'economia, per la vita di molte persone, per la mia in particolare... nulla di nuovo sotto il sole: tanta gente è sulla mia stessa onda.
Ma c'è il team, c'è la voglia, c'è che siamo ancora a galla, e c'è che non siamo per niente stanchi.
C'è un potere nascosto dentro la lana di questo maglione, che riesce a farmi star bene... c'è tanto, tantissimo da fare, e tanto da imparare, ma non fa paura. Non si è arreso questo maglione dopo 15 anni, perchè dovrei arrendermi io?

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mercoledì 11 novembre 2009

Editoriale di Controstile edizione Novembre

L'arte non chiede mai a nessuno di fare nulla, di pensare nulla, di essere nulla. Esiste come esiste l'albero, si può
ammirare, ci si può sedere alla sua ombra, si possono
coglierne banane, si può tagliarne legna da ardere, si può fare assolutamente tutto quel che si vuole. (Ezra Pound)


Accendo la TV, in un qualsiasi momento, in un qualsiasi giorno. RAI o Mediaset la differenza è poca, almeno in termini di talk-show: ne sono presenti a iosa, più o meno sboccati, più o meno seri. In alcuni gli ospiti sono praticamente di casa, e citarli diventa un puro esercizio di memoria: Parietti, Sgarbi, Lory Del Santo, la Giacobini [direttrice di Diva & Donna, ndr], Zecchi, Signorini. Ovviamente andrebbero aggiunti un buon numero di rappresentanti politici, praticamente eletti dal popolo sovrano per esser presenti in Parlamento, ed invece costantemente in TV: non mancano quasi mai La Russa, Franceschini, Gasparri, Bersani… e così mantengo anche la par condicio. Certo, per quanto concerne i soggetti politici, sarebbe stata ben miglior cosa eleggere dei portavoce al di fuori dei nostri stipendiati… non dimentichiamo che i suddetti sono dei dipendenti statali, anzi: sono “i dipendenti statali” per antonomasia, pagati da noi tutti. In una giornata lavorativa di 8 ore, per 5 anni, ognuno dei circa 1.000 parlamentari potrebbe svolgere “non-so-quante-cose”… eppure, ancora non riesco a notare le differenze tra una legislatura e la successiva. E dopo questa indigestione di TV e personaggi, mi chiedo se almeno in tutte queste quintalate di parole, ci sia qualcosa di buono. Ci sono le critiche televisive, ci sono gli insegnamenti d’arte dei docenti intervistati, ma per funzionare bene, questo sistema, deve creare un dibattito, e così si prende un pinco pallino “x”, si prende una sua frase e/o azione e lo si butta nell’arena (…ehm, non necessariamente quella su RAI 1): ragione o torto? Si presentano gli schieramenti e si parte… è giunto il momento di “cucinare” l’oggetto di discussione. Così, per anni si è parlato di Gigi D’Alessio: costola mafiosa di inutile presenza o cantautore di talento con un background di napoletanità? Giusto un inizio, per poi proseguire con le tette di Cristina Del Basso, con i reality. Alla fine, si attende il giorno successivo e si guardano gli ascolti: se sono stati buoni, allora ha avuto un senso tutto questo “fare casino”. Diversamente, si deve rivedere qualcosa. Alcuni ospiti sono polivalenti: parlano amabilmente di politica internazionale e gossip, di geologia e transumanza. Ovvio, come molti immaginano, in TV ogni intervento “scandaloso ed inatteso” è in realtà fortemente previsto e nulla è lasciato al caso. Nulla è vero nello show, ma tutto è verosimile. In poche parole, in camerino tutti gli ospiti hanno tempo per studiare la propria parte e calarsi nel proprio personaggio. In alcuni casi, non si può negare che gli interventi siano anche utili, volti a dare spunti di riflessione a noi, poveri teleutenti. Non dimentico mai che alla fine non conta avere risposte corrette se poi le domande erano imperfette. La risposta a una domanda imperfetta, per quanto corretta, sarà sempre sbagliata. In ciò la TV svolge un ruolo importante, fornendo domande, tante domande. A volte invece c’è un cavalcare l’onda “contro” qualcosa, contro la Anna Tatangelo nazionalpopolare, contro le mutande della Simona Ventura: che le indossi oppure no, a me non interessa. È un cavalcare l’onda contro l’orrendo show della puttana barese D’Addario o della riesumata Stefania Ariosto (ve la ricordate?). A volte c’è un bel confronto tra idee diverse, come capitava con eleganza fino a qualche anno fa da Maurizio Costanzo, o (in alcuni rari casi) in diretta per pochi intimi su La 7 con Lerner, o con Matrix. Ma alla fine, sono i numeri a premiare, a dare un risultato… e i numeri giungono quando si urla, quando si creano scandali. In politica alla fine ci sono le elezioni e sul mercato discografico ci sono i dischi venduti ed i download dei brani, le presenze ai concerti… gli incassi ai botteghini al cinema: sono anni che condanniamo i cinepolpettoni natalizi ed i tormentoni musicali estivi, ma ogni anno c’è al primo posto un classico “Vacanze di Natale”. Sarà perché gli italiani vogliono un po’ di leggerezza sometimes? Eppure quante tonnellate di critica si è beccato il nostro De Sica Junior, con o senza la coppia con Boldi? Magari meno critiche di quante, a loro tempo, hanno raccolto Alvaro Vitali e la Fenech per i famosi/famigerati “B-movies” o “trash-movies”, oggi pellicole di culto. Magari tra 10 anni elogeremo De Sica. Alla fine, si può criticare infinitamente il simpatico Gigi D’Alessio, ma ad un suo concerto c’è il pienone ogni volta. E le canzoni sono tutte cantate a squarciagola dal pubblico: un motivo ci sarà. E continuiamo a definire un “ragazzone simpatico” Tiziano Ferro, dicendo “l’arte è altro”… poi non conta se ad ogni sua uscita i palazzetti si riempiono e la gente trasuda passione. Forse dovremmo iniziare ad ammettere che non solo è bravo, ma è un artista. Lo dice la gente. Magari la gente dovrebbe imparare a riprendere il ruolo centrale che ha sempre avuto nella storia. Sarà pur vero che sui libri di storia ci sono i nomi di imperatori e grandi, ma Napoleone o Cesare sono stati quel che oggi il mondo ricorda, grazie alla loro capacità di muovere le folle. Furono “estensioni” del pensiero popolare, talora “estensioni errate”, ma pur sempre amplificatori della voce del popolo. La gente dovrebbe riprendere prepotentemente il proprio ruolo centrale, riprendere la fiducia in se stessa. Lo esige l’arte, lo esige la storia. E la storia, parafrasando l’immenso Karol Wojtyla, dice di spalancarsi e di “non avere paura”.

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venerdì 23 ottobre 2009

Divide et impera

tratto da controstile.com

Dare a tutti la parvenza di possedere un piccolo potere, un piccolissimo feudo da amministrare, ed in cambio ritrovarsi agnellini tranquilli da poter controllare con semplicità. Una strategia che affonda le radici nella notte dei tempi, o almeno nella mente dei primi statisti in grado di capire che rinunciando a un piccolo pezzo delle loro fortune, le avrebbero però conservate con facilità nel tempo (ah… la grande Roma imperiale!). Questo, in origine, il senso di questo modo di fare. Ma il tempo – si sa – non sempre restituisce dignità alle idee. O forse, più che il tempo, il fattore che sempre rovina le cose è quello squisitamente umano: è l’interpretazione che diamo pian piano ai gesti dei grandi della storia. Così, oggi, ci ritroviamo in una società che della “divisione” e della “proprietà privata” ha fatto un’icona totale, e le previsioni sono in peggioramento. Si tende a “privatizzare” l’impossibile, a rendere di proprio esclusivo controllo ogni oggetto, ogni sentimento, ogni comportamento. Al di là degli oggetti puramente tali. Si divorzia perché si trova oppressiva la presenza del coniuge, che poi sarebbe la persona tanto amata da esser stata portata all’altare. Si divorzia perché la presenza del coniuge impedisce di vivere quella libertà a cui pare non si possa rinunciare. Ognuno vuole conservare ad libitum quel piccolo feudo di vita incontrollabile, restando imperatore unico del proprio destino. Questo però non va bene, perché spesso, nelle “guerre di famiglia”, restano sul campo dei feriti bambini, figli costretti a fare veci di un pacchetto postale tra le abitazioni dei due ex. Ovviamente, tralasciando in ogni modo possibile l’Amore, che qui pare proprio esser stato dimenticato. Volendo affacciarsi oltre la sfera familiare, toccando il mondo dell’economia, si sfiora il ridicolo, magari studiando (si fa per dire) l’ecosistema (inteso come “sistema economico”, ma anche come “ambiente degli animali imprenditori”) delle regioni del Sud della nostra ancora poco amalgamata Italia: sorgono spesso realtà artigianali o industriali quasi sempre a conduzione familiare, raramente in grado di espandersi con dei dipendenti qualificati, e in ogni caso sempre isolate. Non riescono mai a fare “sistema” tra loro. Un esempio interessante lo ritroviamo proprio in questo numero di controstile, nel servizio dedicato alla moda “made in BAT” [a partire da pagina 9, ndr]: le realtà più forti e capaci, alla fine, restano isolate, quando addirittura non vivono dei fenomeni di divisione. Senza andar troppo lontano, basti ricordare il caso vissuto in primis da controstile stesso: a lungo si è tentata una strategia di alleanze con aziende complementari, quando addirittura con aziende analoghe/concorrenti, per poi giungere invece alla rottura del team. Lavorando nella direzione dell’unione, si è finito con il creare una frattura interna. Il perché? Sempre la stessa risposta andrebbe bene per ognuno dei casi sopra citati: una coppia “scoppia” perché il partner che si ritrova faccia a faccia con una richiesta di maggiore libertà, teme che questa libertà verrà utilizzata contro di lui. Si tratta di paura. Stessa cosa a livello economico: poniamo il caso che tre o più aziende tessili si uniscano, dividendosi tipologie di produzione, magari con una struttura dedicata alla produzione di abbigliamento sportivo, una per le t-shirt in cotone, ed una per la maglieria… e magari centralizzando azioni necessarie quali il marketing e l’amministrazione: ciò significherebbe realizzare maggiori economie di scala per ogni singolo prodotto, risparmiare parecchio denaro in termini di comunicazione e amministrazione, potendosi permettere inoltre un maggiore potere di trattativa sul mercato. Magari sarebbe possibile creare dei corsi di formazione per i futuri manager… sarebbe perfetto… e basta fare un salto nella provincia marchigiana per vivere e respirare il cosiddetto “sistema Marche”, cioè quanto appena da me indicato sopra. Non ho inventato niente: mi sono limitato a “guardare”. E neppure troppo lontano. Eppure, nel Sud, questo sistema non funziona… anzi: appena le aziende raggiungono un certo risultato economico… scoppiano e si dividono. Non si può che sorridere, infine, quando si fa un tuffo nel mondo dell’editoria, che noi di controstile ben conosciamo per ovvi motivi: esistono quintali e quintali di carta straccia e di scandalistici fotocopia (...ma avete notato che hanno tutti un logo rosso posto in alto sulla sinistra?)… alcuni addirittura pubblicizzati da transessuali che fino a pochi anni prima erano prostitute in vendita su internet… c’è poco di cui andare fieri! Poi esistono mucchi selvaggi di free-press che pubblicizzano pub e pizzerie con l’aggiunta di notiziole prese pari pari da Wikipedia, visto che queste iniziative pseudo editoriali non hanno la forza per crearsi una redazione, un “pensiero”, e difenderlo con la propria linea di informazione. Non hanno tempo per i contenuti, e non hanno rispetto per il lettori, che - ovviamente - non esistono per tali prodotti. Esiste tutto e ancor più di tutto… ci si potrebbe perdere in anni di lettura entrando in un’edicola. Eppure, basterebbe mettere sotto uno stesso fantomatico tetto una decina di questi aborti editoriali locali, che presi singolarmente sono solo inchiostro rubato alle tipografie, per poter creare invece un gruppo forte, in grado di gestire un territorio provinciale, in grado di poter mantenere una piccola redazione, un serio team commerciale in grado di meritare così il rispetto della clientela e farla crescere grazie ad una consulenza seria, e non ad una inutile guerra dei prezzi al ribasso, che come risultato ha quello di ribassare anche la qualità dei clienti. Questo sogno sarebbe bello per tutti, meglio per tutti, e professionalmente appagante. Invece, noi di controstile per primi, dopo mesi di contatti verso le testate geograficamente più vicine, ci siamo ritrovati addirittura ad aver assistito alla nascita di nuove iniziative aventi scopo dichiarato di “rubare” o “soppiantare” clientela ad altre che invece sono in piedi da anni, colpevoli solo di non aver innovato e di essersi un po’ cullate del mercato conquistato. Insomma: siamo tutti un po’ i soliti provincialotti della bassa Italia. Povera nostra Italia. Qui c’è poco da incazzarsi con lo Stato: manca nei cittadini la voglia di “fare sistema”… poi ovviamente manca l’educazione, che deve essere fornita attraverso le istituzioni. Ma la voglia di base manca, totalmente. E continuando a marciare divisi, ognuno con il proprio piccolo “impero di cartone” da difendere, continueremo a consumare risorse in una guerra dei poveri che non favorirà né il giornalismo, né le fabbriche, né i servizi… e nemmeno l’Amore: ma quanto è bello litigare con la propria dolce metà, ma sapendo dall’inizio del litigio che il fine è solo quello di trovare una soluzione per vivere meglio la propria storia d’Amore? Forse, è proprio questo il problema… se nelle coppie si giunge al divorzio, è perché manca l’Amore di base… e se nella nostra società ci sono così tante fratture, forse è perché manca l’Amore per la nostra società stessa. E ho sempre scritto “Amore” con la “A” maiuscola.

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