1909, 1933, 1977
Nasten'ka Nasten'ka...
Ancora t’Amo, e scrivo sempre il tuo nome due volte, e vorrei forse pronunciarlo infinitamente sfiorando la tua pelle, che invece è da me lontana. Sono avvolto dal niente. Attorno a me c'è tanta gente, il filo spinato, la radio che trasmette onde d'attesa e paura: a volte nel silenzio c'è un sottile terrore. Così tanto rumore, da riempire il ventre. Questa è la guerra, vista da vicino, molto vicino. Oggi non è una giornata fredda, e sul fronte nemico tutto tace. Ogni tanto riesco anche a respirare. A volte da lontano il suono del vento ci fa letteralmente gelare il sangue, ma poi in un soffio tutto si riscalda: qui dicono che sia la stessa sensazione di una pallottola nel cuore, che alterna la paura al gelo, al calore, e poi all'abbandono. Ho paura: non ho voglia di provare il vento, quello che soffia una volta sola per poi lasciarti nella calma piatta. Ogni volta che sparo, i miei occhi si appoggiano al proiettile, e quasi lo vedo mentre cerca la fronte di un uomo al di là della trincea, che non mi conosce, eppur mi odia. Lo odio anche io. Ho paura, ed ho paura di non esser più capace di smettere di provare odio verso chi non conosco. Il tenente Drogo fra poco giungerà per il cambio della guardia, e nell'attesa graffio questi fogli con la punta arida di un lapis, e perdona la mia calligrafia indecente e tremula tra i solchi di terra che sono ormai la mia culla, il mio letto, il mio tempo. Il mio tutto. Perdona il cattivo odore di queste pagine, ed il ritardo con cui ti giungeranno, mia Nasten'ka. Perdona me, se puoi, per la distanza da cui t'Amo ancora. Ho paura, e non posso smettere di creare mostri nella mia mente. Li combatto con il ricordo di te, di noi, e con il sogno di un ritorno ad una vita diversa da questa, o forse con un ritorno alla vita, perché questa non può definirsi tale. Non più. Talora leggo Bukowski, e mi pare così distante Hollywood. Il capitano Picard, ogni volta che ne parliamo, dice sempre che Hollywood non esiste, e che a 100 km da qui non c'è una città, e non c'è una civiltà... e non c'è sua moglie, nè ci sei tu. Esiste solo il nemico, accovacciato lì, nel cuore di una trincea a 100 metri da questa mia. Mi aggrappo così a te, a questa carta sporca di fango asciugato dal sole, al pensiero che un giorno avrò una casa dove amarti sempre, ma senza prato... "detesto i prati. Tutti hanno un prato con l'erba. [...] E quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri, si diventa tutti gli altri”. (*) Nasten'ka, così lontana dalle mie dita, e da così tanto tempo... a volte mi chiedo se saprò poi un giorno nuovamente esser delicato sui tuoi fianchi, ora che le mie mani conoscono solo il metallo del mio fucile, e la pelle liscia e profumata delle vecchie battone giù al paese. Quando la guerra era solo una parola sul dizionario, ne ho dilapidate tante di fortune tra bordelli e le signore addobbate alle repliche della "Bohème", o truccando la mia Lambretta 125... e i tanti soldi degli anni trascorsi in Francia non son serviti a tenermi lontano da qui. Da tanto non leggo una tua lettera: qui al fronte da un po' non giunge quasi niente, e le poche notizie dal mondo non sono poi così buone. Ho paura, ma in fin dei conti mi pare tutto normale. Ho paura perchè mi accorgo che mi pare normale tutto questo. A volte vorrei mollare il fucile, camminare sino alla trincea nemica e una volta giunto lì, chiedere se anche per loro sia normale aspettare di vedermi fare capolino con l'elmetto tra il filo spinato per usarmi come bersaglio. Non lo so se saprò mai uscirne. Mentre sono qui, penso a mio nonno, a mio padre, a me... dopo di me, potrebbe esserci il nulla, forse un nome in un sacrario, forse nemmeno quello, o forse la mia foto sulla parete della cucina di una casa che non conosco. La paura si traduce in molte forme, in molti volti che non riesco a focalizzare, come non riesco più a ricordare nemmeno il volto di mia madre. Perso qui, nel ventre di questa pianura, pian piano dimentico tutto, e m'accorgo di non ricordare quasi nulla di quella che era una vita normale, fatta di sere al cinema e birre al bar, discutendo di carburatori e le gomme migliori per la mia Alfa GT Junior... e non ricordo nemmeno il gusto di un bacio, Nasten'ka, o dei tuoi occhi, del tuo sorriso. Ho paura, ho paura di averlo dimenticato per sempre, ed ho paura che non mi aiuterai a riscoprirlo. Non ne parlo con nessuno, e nessuno parla di nulla, qui. Si resta in silenzio, e nel silenzio delle parole non dette, continuo a tenere la posizione, qui in trincea. In attesa.
(*) da “Quello che importa è grattarmi sotto le ascelle”, di... vabbè, tanto non importa a nessuno!
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