mercoledì 16 dicembre 2009

Oltre il padre, l'uomo

testo || francesco giannini
da Controstile n° 5



Bimbo, bimbo mio, ormai ci siamo. Sei vicino, molto, al momento in cui verrai al mondo. Forse adesso il mondo attorno a te è calamitato dall’idea che a breve ci sarà il parto, gli auguri, preparativi pre e post, vestitini… adesso tutto appare bloccato, quasi si possa solo ruotare attorno al momento in cui piangerai per la prima volta. Adesso. Poi, pian piano, tutto si normalizzerà… diverrà normale sentirti piangere qualche volta al giorno, vederti attaccato al latte, e curiosare con gli occhi attorno alla tua culla. Quando tutto si sarà spento, i toni smorzati, diverrà normale vederti crescere, e normale apparirà a te il nostro quotidiano, così come strano eppur normale, dopo un po’, diverrà guardare l’avvicinarsi della nascita di un altro bimbo come te. Si, un altro… perché, anche se tu sei speciale perché sei “mio”, ogni giorno, nascono bimbi, belli e importanti come te, circondati di felicità, balocchi e speranze, e grandi aspettative. Ogni giorno tutto inizia da un pianto, e non solo in questo villaggio metropolitano decotto di sole mediterraneo: ogni giorno, in ogni istante, in ogni luogo del mondo, la magia si ripete. Però, mentre adesso ti vedo e ti sento tamburellare pochi centimetri sotto la pelle di tua madre, ammortizzato ancora dal suo corpo, penso e vedo un po’ più in là del sigaro fumato all’annuncio della tua nascita, e percorro con la mente la strada che mi porta ogni giorno da casa al lavoro, e ritorno. Ci sono due barboni, ogni mattina alle 6 e mezzo, su una panchina del parco, con cartoni e stracci, e bottiglie di vino vuote. Non li ho mai visti in volto, ma sono lì da un paio d’anni. Ormai conto sulla loro presenza, e se non li vedessi, penso che mi preoccuperei. Eppure, mi vergogno, ma in due anni non mi sono mai fermato a lasciar nulla per loro… qualche volta mi è capitato di ritrovarmi tra le mani abiti da metter via, e ho pensato che forse anziché buttarli, avrei potuto… ma poi, ogni volta, qualcosa me lo ha impedito. In due anni, non ci sono riuscito. Non ho voluto, alla fine: questa è la verità, scomoda per me. E sempre sulla strada, al semaforo prima della tangenziale, c’è sempre quel ragazzo arabo con una barba nera nera, che chiede di lavarmi il parabrezza. Lui è più fortunato: ogni tanto ho qualche spicciolo, ogni tanto no. Sarà un annetto che lui è lì. Una volta gli ho dato un paio di scarpe che non piacevano a mia moglie, e lui le ha accettate senza pensarci due volte. Così, caro bimbo mio, mentre con la mente imbocco la tangenziale, mi accorgo che sei fermo fermo nel ventre materno. Forse dormi, ma io continuo a parlarti, o forse parlo di me con te, con la speranza che nascendo tu possa vedermi per quel che sono al di là della figura che per te sarò: oltre il padre, l’uomo. E così, svoltando sulla tangenziale, ci sono le puttane, le solite di una vita, che praticamente qui in città abbiamo visto crescere e cambiare: me le ricordo quando erano bionde e giovani, ed oggi le vedo un po’ sfatte e con i capelli vaporosi e tinti di rosso. A volte, mi verrebbe voglia di salutarle e fare due chiacchiere con loro. Vado oltre, cerco parcheggio nella giungla di ogni mattina, per poi bere un caffè al solito bar posando lo sguardo sul quotidiano, nei due minuti di attesa: qualche danno ambientale, qualche arresto, la solita tragedia familiare, episodi di razzismo. Nulla di nuovo. Pago 70 centesimi ed esco, con gli occhi verso il portone dell’azienda e la mente a te che respiri del respiro del mio amore lasciato sul letto in attesa di te: il mio cappotto firmato contrasta con il giubbino liso e fuori moda di un ragazzo che fotocopia curriculum nella copisteria accanto al bar. Forse uno di quei curriculum sarà sulla mia scrivania, tra poche ore. Una giornata in ufficio, l’sms di tua madre che dirà di fare un salto al supermercato per comprare pesce del Mediterraneo, le chiacchiere delle due contabili sugli uomini, ed il racconto dell’ennesima scopata con una rumena ad opera del dirigente del secondo piano nella pausa pranzo. Un invito per un weekend in barca al quale rispondo gentilmente di no dicendo di soffrire mal di mare: in realtà, pannolini e latte in polvere costano, e non sono ricco. Rientro a casa, e tu sei ancora nel ventre materno, che ascolti il TG: l’Iran continua a progettare l’atomica, in medio oriente una donna si è fatta saltare in aria squartandosi con una bomba, e nel pesce del Mediterraneo c’è il mercurio. Nell’approfondimento giornalistico della sera, il Ministro delle Banalità comunica che tu, ancor prima di nascere, hai un debito di 45mila euro nei confronti dello Stato e dovrai farti un culo così per tutta la vita per pagare la pensione a me, che a fine mese non ci arrivo quasi, e lo stesso cappotto firmato lo uso da 10 inverni, perché tanto “il nero è sempre di moda”. Caro figlio mio, che a giorni sarai qui tra le mie braccia, perdona questa mia incapacità, nell’averti preparato questa terra, che un bimbo come te, millenni addietro, preparò bellissima per tutti. Perdonami, e impegnati, perché sogno che almeno tu potrai giungere dove io non riesco a giungere, e fare in modo che io possa così gioire nel vedere te: oltre il figlio, l’uomo.

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mercoledì 11 novembre 2009

Editoriale di Controstile edizione Novembre

L'arte non chiede mai a nessuno di fare nulla, di pensare nulla, di essere nulla. Esiste come esiste l'albero, si può
ammirare, ci si può sedere alla sua ombra, si possono
coglierne banane, si può tagliarne legna da ardere, si può fare assolutamente tutto quel che si vuole. (Ezra Pound)


Accendo la TV, in un qualsiasi momento, in un qualsiasi giorno. RAI o Mediaset la differenza è poca, almeno in termini di talk-show: ne sono presenti a iosa, più o meno sboccati, più o meno seri. In alcuni gli ospiti sono praticamente di casa, e citarli diventa un puro esercizio di memoria: Parietti, Sgarbi, Lory Del Santo, la Giacobini [direttrice di Diva & Donna, ndr], Zecchi, Signorini. Ovviamente andrebbero aggiunti un buon numero di rappresentanti politici, praticamente eletti dal popolo sovrano per esser presenti in Parlamento, ed invece costantemente in TV: non mancano quasi mai La Russa, Franceschini, Gasparri, Bersani… e così mantengo anche la par condicio. Certo, per quanto concerne i soggetti politici, sarebbe stata ben miglior cosa eleggere dei portavoce al di fuori dei nostri stipendiati… non dimentichiamo che i suddetti sono dei dipendenti statali, anzi: sono “i dipendenti statali” per antonomasia, pagati da noi tutti. In una giornata lavorativa di 8 ore, per 5 anni, ognuno dei circa 1.000 parlamentari potrebbe svolgere “non-so-quante-cose”… eppure, ancora non riesco a notare le differenze tra una legislatura e la successiva. E dopo questa indigestione di TV e personaggi, mi chiedo se almeno in tutte queste quintalate di parole, ci sia qualcosa di buono. Ci sono le critiche televisive, ci sono gli insegnamenti d’arte dei docenti intervistati, ma per funzionare bene, questo sistema, deve creare un dibattito, e così si prende un pinco pallino “x”, si prende una sua frase e/o azione e lo si butta nell’arena (…ehm, non necessariamente quella su RAI 1): ragione o torto? Si presentano gli schieramenti e si parte… è giunto il momento di “cucinare” l’oggetto di discussione. Così, per anni si è parlato di Gigi D’Alessio: costola mafiosa di inutile presenza o cantautore di talento con un background di napoletanità? Giusto un inizio, per poi proseguire con le tette di Cristina Del Basso, con i reality. Alla fine, si attende il giorno successivo e si guardano gli ascolti: se sono stati buoni, allora ha avuto un senso tutto questo “fare casino”. Diversamente, si deve rivedere qualcosa. Alcuni ospiti sono polivalenti: parlano amabilmente di politica internazionale e gossip, di geologia e transumanza. Ovvio, come molti immaginano, in TV ogni intervento “scandaloso ed inatteso” è in realtà fortemente previsto e nulla è lasciato al caso. Nulla è vero nello show, ma tutto è verosimile. In poche parole, in camerino tutti gli ospiti hanno tempo per studiare la propria parte e calarsi nel proprio personaggio. In alcuni casi, non si può negare che gli interventi siano anche utili, volti a dare spunti di riflessione a noi, poveri teleutenti. Non dimentico mai che alla fine non conta avere risposte corrette se poi le domande erano imperfette. La risposta a una domanda imperfetta, per quanto corretta, sarà sempre sbagliata. In ciò la TV svolge un ruolo importante, fornendo domande, tante domande. A volte invece c’è un cavalcare l’onda “contro” qualcosa, contro la Anna Tatangelo nazionalpopolare, contro le mutande della Simona Ventura: che le indossi oppure no, a me non interessa. È un cavalcare l’onda contro l’orrendo show della puttana barese D’Addario o della riesumata Stefania Ariosto (ve la ricordate?). A volte c’è un bel confronto tra idee diverse, come capitava con eleganza fino a qualche anno fa da Maurizio Costanzo, o (in alcuni rari casi) in diretta per pochi intimi su La 7 con Lerner, o con Matrix. Ma alla fine, sono i numeri a premiare, a dare un risultato… e i numeri giungono quando si urla, quando si creano scandali. In politica alla fine ci sono le elezioni e sul mercato discografico ci sono i dischi venduti ed i download dei brani, le presenze ai concerti… gli incassi ai botteghini al cinema: sono anni che condanniamo i cinepolpettoni natalizi ed i tormentoni musicali estivi, ma ogni anno c’è al primo posto un classico “Vacanze di Natale”. Sarà perché gli italiani vogliono un po’ di leggerezza sometimes? Eppure quante tonnellate di critica si è beccato il nostro De Sica Junior, con o senza la coppia con Boldi? Magari meno critiche di quante, a loro tempo, hanno raccolto Alvaro Vitali e la Fenech per i famosi/famigerati “B-movies” o “trash-movies”, oggi pellicole di culto. Magari tra 10 anni elogeremo De Sica. Alla fine, si può criticare infinitamente il simpatico Gigi D’Alessio, ma ad un suo concerto c’è il pienone ogni volta. E le canzoni sono tutte cantate a squarciagola dal pubblico: un motivo ci sarà. E continuiamo a definire un “ragazzone simpatico” Tiziano Ferro, dicendo “l’arte è altro”… poi non conta se ad ogni sua uscita i palazzetti si riempiono e la gente trasuda passione. Forse dovremmo iniziare ad ammettere che non solo è bravo, ma è un artista. Lo dice la gente. Magari la gente dovrebbe imparare a riprendere il ruolo centrale che ha sempre avuto nella storia. Sarà pur vero che sui libri di storia ci sono i nomi di imperatori e grandi, ma Napoleone o Cesare sono stati quel che oggi il mondo ricorda, grazie alla loro capacità di muovere le folle. Furono “estensioni” del pensiero popolare, talora “estensioni errate”, ma pur sempre amplificatori della voce del popolo. La gente dovrebbe riprendere prepotentemente il proprio ruolo centrale, riprendere la fiducia in se stessa. Lo esige l’arte, lo esige la storia. E la storia, parafrasando l’immenso Karol Wojtyla, dice di spalancarsi e di “non avere paura”.

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venerdì 23 ottobre 2009

Divide et impera

tratto da controstile.com

Dare a tutti la parvenza di possedere un piccolo potere, un piccolissimo feudo da amministrare, ed in cambio ritrovarsi agnellini tranquilli da poter controllare con semplicità. Una strategia che affonda le radici nella notte dei tempi, o almeno nella mente dei primi statisti in grado di capire che rinunciando a un piccolo pezzo delle loro fortune, le avrebbero però conservate con facilità nel tempo (ah… la grande Roma imperiale!). Questo, in origine, il senso di questo modo di fare. Ma il tempo – si sa – non sempre restituisce dignità alle idee. O forse, più che il tempo, il fattore che sempre rovina le cose è quello squisitamente umano: è l’interpretazione che diamo pian piano ai gesti dei grandi della storia. Così, oggi, ci ritroviamo in una società che della “divisione” e della “proprietà privata” ha fatto un’icona totale, e le previsioni sono in peggioramento. Si tende a “privatizzare” l’impossibile, a rendere di proprio esclusivo controllo ogni oggetto, ogni sentimento, ogni comportamento. Al di là degli oggetti puramente tali. Si divorzia perché si trova oppressiva la presenza del coniuge, che poi sarebbe la persona tanto amata da esser stata portata all’altare. Si divorzia perché la presenza del coniuge impedisce di vivere quella libertà a cui pare non si possa rinunciare. Ognuno vuole conservare ad libitum quel piccolo feudo di vita incontrollabile, restando imperatore unico del proprio destino. Questo però non va bene, perché spesso, nelle “guerre di famiglia”, restano sul campo dei feriti bambini, figli costretti a fare veci di un pacchetto postale tra le abitazioni dei due ex. Ovviamente, tralasciando in ogni modo possibile l’Amore, che qui pare proprio esser stato dimenticato. Volendo affacciarsi oltre la sfera familiare, toccando il mondo dell’economia, si sfiora il ridicolo, magari studiando (si fa per dire) l’ecosistema (inteso come “sistema economico”, ma anche come “ambiente degli animali imprenditori”) delle regioni del Sud della nostra ancora poco amalgamata Italia: sorgono spesso realtà artigianali o industriali quasi sempre a conduzione familiare, raramente in grado di espandersi con dei dipendenti qualificati, e in ogni caso sempre isolate. Non riescono mai a fare “sistema” tra loro. Un esempio interessante lo ritroviamo proprio in questo numero di controstile, nel servizio dedicato alla moda “made in BAT” [a partire da pagina 9, ndr]: le realtà più forti e capaci, alla fine, restano isolate, quando addirittura non vivono dei fenomeni di divisione. Senza andar troppo lontano, basti ricordare il caso vissuto in primis da controstile stesso: a lungo si è tentata una strategia di alleanze con aziende complementari, quando addirittura con aziende analoghe/concorrenti, per poi giungere invece alla rottura del team. Lavorando nella direzione dell’unione, si è finito con il creare una frattura interna. Il perché? Sempre la stessa risposta andrebbe bene per ognuno dei casi sopra citati: una coppia “scoppia” perché il partner che si ritrova faccia a faccia con una richiesta di maggiore libertà, teme che questa libertà verrà utilizzata contro di lui. Si tratta di paura. Stessa cosa a livello economico: poniamo il caso che tre o più aziende tessili si uniscano, dividendosi tipologie di produzione, magari con una struttura dedicata alla produzione di abbigliamento sportivo, una per le t-shirt in cotone, ed una per la maglieria… e magari centralizzando azioni necessarie quali il marketing e l’amministrazione: ciò significherebbe realizzare maggiori economie di scala per ogni singolo prodotto, risparmiare parecchio denaro in termini di comunicazione e amministrazione, potendosi permettere inoltre un maggiore potere di trattativa sul mercato. Magari sarebbe possibile creare dei corsi di formazione per i futuri manager… sarebbe perfetto… e basta fare un salto nella provincia marchigiana per vivere e respirare il cosiddetto “sistema Marche”, cioè quanto appena da me indicato sopra. Non ho inventato niente: mi sono limitato a “guardare”. E neppure troppo lontano. Eppure, nel Sud, questo sistema non funziona… anzi: appena le aziende raggiungono un certo risultato economico… scoppiano e si dividono. Non si può che sorridere, infine, quando si fa un tuffo nel mondo dell’editoria, che noi di controstile ben conosciamo per ovvi motivi: esistono quintali e quintali di carta straccia e di scandalistici fotocopia (...ma avete notato che hanno tutti un logo rosso posto in alto sulla sinistra?)… alcuni addirittura pubblicizzati da transessuali che fino a pochi anni prima erano prostitute in vendita su internet… c’è poco di cui andare fieri! Poi esistono mucchi selvaggi di free-press che pubblicizzano pub e pizzerie con l’aggiunta di notiziole prese pari pari da Wikipedia, visto che queste iniziative pseudo editoriali non hanno la forza per crearsi una redazione, un “pensiero”, e difenderlo con la propria linea di informazione. Non hanno tempo per i contenuti, e non hanno rispetto per il lettori, che - ovviamente - non esistono per tali prodotti. Esiste tutto e ancor più di tutto… ci si potrebbe perdere in anni di lettura entrando in un’edicola. Eppure, basterebbe mettere sotto uno stesso fantomatico tetto una decina di questi aborti editoriali locali, che presi singolarmente sono solo inchiostro rubato alle tipografie, per poter creare invece un gruppo forte, in grado di gestire un territorio provinciale, in grado di poter mantenere una piccola redazione, un serio team commerciale in grado di meritare così il rispetto della clientela e farla crescere grazie ad una consulenza seria, e non ad una inutile guerra dei prezzi al ribasso, che come risultato ha quello di ribassare anche la qualità dei clienti. Questo sogno sarebbe bello per tutti, meglio per tutti, e professionalmente appagante. Invece, noi di controstile per primi, dopo mesi di contatti verso le testate geograficamente più vicine, ci siamo ritrovati addirittura ad aver assistito alla nascita di nuove iniziative aventi scopo dichiarato di “rubare” o “soppiantare” clientela ad altre che invece sono in piedi da anni, colpevoli solo di non aver innovato e di essersi un po’ cullate del mercato conquistato. Insomma: siamo tutti un po’ i soliti provincialotti della bassa Italia. Povera nostra Italia. Qui c’è poco da incazzarsi con lo Stato: manca nei cittadini la voglia di “fare sistema”… poi ovviamente manca l’educazione, che deve essere fornita attraverso le istituzioni. Ma la voglia di base manca, totalmente. E continuando a marciare divisi, ognuno con il proprio piccolo “impero di cartone” da difendere, continueremo a consumare risorse in una guerra dei poveri che non favorirà né il giornalismo, né le fabbriche, né i servizi… e nemmeno l’Amore: ma quanto è bello litigare con la propria dolce metà, ma sapendo dall’inizio del litigio che il fine è solo quello di trovare una soluzione per vivere meglio la propria storia d’Amore? Forse, è proprio questo il problema… se nelle coppie si giunge al divorzio, è perché manca l’Amore di base… e se nella nostra società ci sono così tante fratture, forse è perché manca l’Amore per la nostra società stessa. E ho sempre scritto “Amore” con la “A” maiuscola.

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giovedì 17 settembre 2009

Meccaniche di un insieme di persone perfettamente inutili

Cronaca di un giorno qualsiasi: ennesimo scandalo per esponenti politici di governo, e subito battibecco e parole grosse da parte dell’opposizione. Questo oggi. Invece, per domani, si prevede l'esatto contrario: una qualche prostituta incriminerà un esponente dell'opposizione, e via alla girandola di smentite e attacchi. I giornali ed i TG avranno le loro 2 o 3 pagine da riempire, i blog si animeranno, verranno fuori i soliti termini di "fascista" e "comunista", spesso usati anche da ragazzini nemmeno maggiorenni, e poi nel weekend tarallucci e vino, ed a prostitute ci andranno padri di famiglia, fidanzati modello e (ovviamente) parlamentari, assessori e dirigenti vari. È normale: governati e governanti si ritrovano solo e sempre nelle bassezze di un provincialismo che da tempo riempie le nostre città, grandi o piccole che siano. Non è notizia fuori dalla norma il pestaggio di 2 omosessuali a Roma: il "fesso" che non rispetta le diversità c'è da sempre e sempre ci sarà. Evento brutto, sicuramente, ma la cosa che in effetti spaventa è il razzismo verso gli omosessuali, il falso moralismo imperante. Non è possibile evitare che qualcuno, tra 60.000.000 di italiani, non sia un nostalgico hitleriano o un invasato simpatizzante talebano! Il problema esiste, e si pone quando la storia viene travisata, rivista, adeguata e trasformata in ignoranza. Ecco che di colpo il ventennio fascista diviene adorazione, e c'è chi crea gruppi di ronde a immagine e somiglianza delle squadracce nere degli anni '20. Idem per la versione di sinistra… pardon: comunista. E questa è la cronaca di un'Italia ormai ben oltre la soglia del fantomatico anno 2000, di cui più nessuno parla: il 2000 non ci ha dato nulla di così meraviglioso come invece ci aveva promesso (astronavi, auto volanti, vestiti luccicanti…). Alla fine, pensandoci, le meccaniche che regolano la vita di noi tutti non sono così diverse, qualunque sia il nostro status sociale, o le nostre idee. Si è tutti un po' ipocriti e voltabandiera. In fondo, qualcuno ha detto tanto tempo fa "Se non si è comunisti da giovani e fascisti da grandi, non si è capito nulla della vita!". Tradotto? È facile dividere la ricchezza, quando non c'è… poi, appena accumulata (o intravista), ognuno per sè. E tutti guardano i porno e leggono l’oroscopo, ma nessuno lo dice: eppure non c'è nulla di male. Però queste sono le logiche marmoree di una metropoli, come di un paesino di provincia che "gioca" a fare la provincia, ma si ritrova ad avere una classe imprenditoriale senza alcuna voglia di investire, un popolo costantemente dedito al lamento, ed un governo locale nella norma. E sia chiaro che l'espressione "nella norma" non è certo un complimento. Ecco perchè pian piano la passione si spegne, l'amore per le cose finisce, e non avanza nulla: "no more". Nulla oltre. Resta poco per passare i giorni: un happy hour in centro, le battone sulla statale, la discoteca improvvisata dove non si paga l'ingresso, la ciucca con gli amici, la vertenza sindacale all'ex-datore che ha chiuso la fabbrica con le lacrime al cuore, lasciando spazio al collega che invece continua a lavorare "sottobanco" ma, chissà perchè, di vertenze e problemi continua a non riceverne. Le generazioni più giovani crescono così come ingranaggi in meccaniche vacue, dove lo spirito di sacrificio è scarso, le aspettative poche (a meno di non voler fare l’ombrellina durante la Moto GP), e i desideri sono limitati a 1.000 euro al mese, un lavoro da disprezzare a priori ed una zuffa di galline in TV per poterla commentare. No passion, no love, no more.

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venerdì 21 agosto 2009

Giusto un passo dopo il punto di non ritorno

Ci sono artisti bravi, così bravi da rendere ai nostri occhi semplice e ovvio ogni loro movimento. Indimenticabile Diego Armando Maradona mentre ipnotizzava il pallone (e le difese avversarie) durante i mondiali messicani dell'86... e sono ancora convinto che non sia poi così difficile diventare un rocker: lo hanno fatto gli U2, posso farlo anche io. Ci sono vite stupende, almeno da osservare da un punto privilegiato quale è quello di chi una vita non la vive: può risultare semplice leggere i gossip sui giornali scandalistici e commentare in modo ironico lo stile di vita di qualcuno, per poi però non accorgersi mai che in realtà, persino essere una modella non sia assolutamente semplice... tante ore in palestra, rinunciare ai cibi ed alle ore piccole, a tanti eccessi così banali che alla fine sono quasi normali. Insomma: nulla è poi così semplice quando lo si vive in prima persona. Pare semplice leggere la missione di un pilota di caccia intento a dover volare verso una meta sapendo che se non rifornirà in volo il suo velivolo, semplicemente, precipiterà per mancanza di carburante... c'è un punto di non ritorno per ogni cosa, e magari, anche sapendo con certezza che pochi kilometri avanti ci sarà un aereo pieno di combustibile pronto a darne a iosa, la paura, superato il punto di non ritorno, un po' c'è sempre. È la paura di doversi affidare agli altri, la paura di essere noi quelli presenti ad un appuntamento, ma senza la necessaria controparte per renderlo efficace. Un po' il romanzo di una vita qualsiasi, tranne quelle dei grandi campioni: loro hanno fatto un po' da soli, e magari si sono anche fatti molto male, ma hanno fatto da soli. Chi ricorderebbe mai i dribbling di Maradona se il buon caro Diego quel dannato pallone l'avesse passato? Quel briciolo enorme di incoscienza che alla fine rende le cose più belle, storiche, degne di memoria. Così è il momento in cui si varca il punto di non ritorno, e si viene invasi di uno strano senso di felicità, di tranquillità, di euforia: i giochi sono fatti, e anche se innanzi potremmo avere la fine, c'è qualcosa che a quel punto di prende e ci trascina oltre l'attimo, oltre le difficoltà. E di punti di non ritorno, in questo particolare momento storico, ne stiamo vivendo tutti, tanti: è un punto di non ritorno una firma su una richiesta di mutuo, mentre il lavoro è altalenante ed il fondo del portafogli inizia ad emergere, così come è un punto di non ritorno (antico come il mondo) la scelta di tradire o non tradire le proprie fedi, siano esse religiose, affettive, ideologiche. Un po' come essere una prostituta: non si può esserlo "solo ogni tanto"... o lo si è, o non lo si è. In chiusura di questo numero di controstile, la nostra Pamela dirà "o bianco o nero", ed io sono in pieno accordo, perchè non si può sempre vivere nel mezzo, nel centro della strada... essere lì a mezzo campo a decidere se dribblare o passare, lasciando la squadra avversaria avanzare... o fare come lo Zar Nicola II, sanguinario e dubbioso, forse meno cattivo di quanto la storia l'abbia dipinto, magari semplicemente un uomo un po' indeciso. E così nell'indecisione, può capitare di superare il punto di non ritorno, e di perdere così tanto tempo da non riuscire nemmeno a giungere alla meta. Per questo è importante avere dei valori forti da rispettare, valori nei quali credere, valori da difendere... i mezzi cambiano, le mode cambiano, le persone cambiano, ma i veri valori restano. È lecito fermarsi, ragionarci su, rifletterci e farsi forse anche 1.000 e più domande, per poi ad un certo punto smettere i panni dell'avvoltoio attendista, e darsi da fare. Un po' quello che con controstile abbiamo fatto noi tutti, nel nostro staff: abbiamo preso il coraggio a 4 mani, scelto una sede, fatto fronte ai costi di un avvio veloce, e deciso di proseguire lungo una strada difficile, in un momento difficile, in condizioni... "non facili", semplicemente perchè crediamo nei nostri valori, e poco ci importa se c'è chi dice no: ci sarà sempre. Strano mi parrebbe ricevere una schiera di approvazioni. E le emozioni, quelle più profonde, sono bellissime: il dubbio, la paura, l’euforia, la voglia di non fermarsi mai, di proseguire forti come sempre... un mix forte, dolce, efficace, in grado di cambiare l'aspetto di una giornata, rendendola solare, anche se piove... o fredda, anche con 33 °C appena fuori dal balcone della mia stanza. Il mondo è mosso da Amore, sesso, soldi... ognuno li ordini come meglio crede, ma alla fine, i valori in cui credere sono pochi, e grandi come poche cose al mondo possono essere grandi. Ognuno scelga se inseguire i fondoschiena di fiamme scelte tra le foto di Facebook / Badoo, o i soldi di un jackpot al Superenalotto, o l'Amore fatto di baci sotto le stelle e di casette piccole piccole, ma dense e piene d'Amore. I valori, quelli grandi, nel tempo non cambiano. Come non cambia la dolce stupida euforia che si prova dopo essersi lanciati nel vuoto, quando ancora non sappiamo se il paracadute si aprirà.

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lunedì 20 aprile 2009

Editoriale su Square Aprile 2009

(tratto da SQUARE, edizione Aprile 2009)

Mattino, 7 e 57: appena chiusa la portiera della mia coupè, l'autoradio Kenwood diffonde MP3 dalla USB Sony. Risorgo dal box e dirigo la mia Hyundai verso l'ufficio. Ancora un freddo giorno di un inverno che non è mai nato, e forse per questo non vuol morire. Io, la mia auto, la musica: il volume è così alto che lo specchietto retrovisore trema, mentre sono in strada. Colpa degli U2: "Magnificent". Un altro giorno che mi separa solo dal giorno che seguirà: anche oggi ci sarà da affrontare un problema commerciale, dare un parere su una soluzione grafica, sostituire un fornitore che ha perso l'amore per il proprio lavoro, trovare qualcuno in grado di sistemare lo scanner di David, rispondere a 33 telefonate di gente che cerca solo un orecchio con cui sfogare un momento di amarezza, offrire 3 caffè e farsene offrire altrettanti, accorgersi che la barba andava fatta il giorno prima. Sulle statali le prostitute dell'Est sono sempre al telefono, e mi chiedo se abbiano un contratto aziendale H3G o si giochino i guadagni in telefonate: forse si sentono sole, attorniate di finestrini abbassati. Arrivo a destinazione, parcheggio e tiro fuori la portadocumenti Roncato, inforco i Ray-Ban e dedico 30 minuti del mio orologio Lorenz ad un appuntamento, poi torno in strada: la Wind mi invia un SMS per dirmi che ho ricevuto un accredito di 0,03 euro, e intanto chiamo Attila per i primi gossip commerciali della giornata e David per le news editoriali. Adesso Wind mi informa che ne ho spesi 2 e 33 di euro, ma io sorrido: ho pur sempre un credito di 0,03. Auto, play, e via, avanti così fino alle 19 o poco più, tra un intervallo di TG e 33 e-mail di cui 20 spam e 8 da cestino: quella che proponeva il Viagra meritava di esser presa in considerazione insieme all'offerta speciale sulle escort di lusso (è tutto in saldo!) e così la inoltro a David e Claudio, non si può mai sapere. SMS di Valentina: mi odia perchè ancora non ho ancora scritto questo editoriale, e lei non vede l'ora di correggere i miei errori di punteggiatura, che invece io definisco semplicemente "diverse opinioni grammaticali". Scivola così un giorno, passano le 20 e sarà inutile chiamare in tipografia Stampa-Sud perchè è tardi e Paolo è a calcetto: tutto chiuso ormai. David invece ha appena iniziato a lavorare, con una mano su Facebook ed una su Photoshop, e così adesso si dovrà sorbire il mio stress, ma per fortuna lui è in grado di far finta di ascoltare mentre continua a lavorare: io mi sfogo e son contento e lui ha prodotto un po' di pagine di Square. Visto che nessuno risponderà al telefono, metto mano alle e-mail sul mio portatile Acer, e via a far preventivi & contabilità. Ormai l'LCD Philips dice che i programmi di fascia pre-serale sono in chiusura, e il cervello è in tilt: può bastare per oggi. Una sosta in bagno per pisciar via una giornata che domani dovrà nuovamente esser bevuta. Mi approssimo al vetro della finestra, e guardo al di là della silice trasparente: non piove e c'è solo vento. Voglia di pizza, ma non da solo. Scorro la rubrica del Nokia per trovare qualcuno con cui leggere il menù, visto che David ha già impegni con Isa. Elimino gli antipatici e quelli fuori città, e gli OK son tutti spenti. Abbandono l'ufficio e mi rimetto in marcia verso l'auto, salutando il lampione che al mattino avevo visto stagliarsi sullo sfondo del cielo blu, ed ora è acceso d'arancio per dare un po' di luce alle pietre bianche delle case fuori dalla redazione. Una signora in età da necrologio è dietro una finestra a guardare la strada: ho fame, metto in moto e realizzo che mangerò da solo mentre scorgo le luci post-industriali di Barletta (*).Garage, mi stringo nel mio lungo cappotto nero e sono in pizzeria. Ordino una 4 formaggi e aspetto leggendo il credito residuo Wind, controllando l'agenda per il giorno dopo e origliando le chiacchiere degli altri avventori. Penso alla signora alla finestra vista poco prima, e penso alle prostitute dell'Est che all'alba torneranno sulla strada. Penso alle TV accese 24 ore su 24 a far compagnia a chi non ne ha. Penso ai cellulari spenti e a quelli accesi, ma distanti. Guardo gli occhi delle persone che incrocio mentre ordinano una pizza + birra da portar via e si accodano a me nell'attesa, e penso agli innamorati che passano su un rumoroso motorino 2 tempi proprio mentre tiro fuori il portafogli, cercando spiccioli tra gli scontrini dei bar e i biglietti da visita raccolti oggi. Mi separano solo due isolati da casa: ormai non ho nemmeno più voglia di vedere nessuno. Apro la porta in equilibrio precario tra chiavi e pizza, poi velocemente via i jeans e la cravatta, e non servirà apparecchiare perchè il cartone sarà la mia tovaglia. Zapping, una macchia di salsa sulla mia camicia: fuck! SMS di qualcuno/a che scrive: "Scusa: non c'era segnale! Mi avrebbe fatto piacere una birra anzichè questa solitudine con la TV". Sorrido e brindo tra i chiarori del teleschermo e la pizza fredda: condannato alla solitudine per assenza di segnale. In contumacia.

(*) Città della Puglia, ex polo industriale specializzato in manifattura tessile e calzaturiera di pessima qualità, oggi in decadenza per via di classi imprenditoriali di bassa cultura e lungimiranza.

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